SONDAGGISMO PSICOLOGICO

Non sto a dire tutte le cose positive del Tg La7, già ci pensa il Corriere della Sera a parlarne bene tutti i giorni, ed è molto bello che anche il Tg La7 ogni tanto parli bene del Corriere, mi piacciono le persone che si vogliono bene in modo così aperto e disinteressato e sono sicuro che il fatto che il vicepresidente di RCS sia anche nel consiglio di amministrazione di Telecom Italia sia solo una coincidenza. A me il Tg La7 piace, e non perché dice le cose che penso (un Tg che dicesse le cose che penso chiuderebbe ancora prima di finire lo strombettamento della sigla), ma perché parla più o meno di cose che mi interessano. A me non frega niente di chi abbia ammazzato Jennifer Scagnozzi, di quanto siano teneri i cuccioli di Nautilus o di quali acrobazie sessuali eseguano le principesse e i principi sparsi in giro per il mondo, a me interessa la politica e il Tg La7 di questo parla, politica: politica interna, politica estera, fantapolitica, tutta la politica che un uomo può desiderare all’ora di cena. Ma purtroppo anche il Tg La7 ha un difetto, un difetto enorme, una cosa che dovrebbe offendere l’intelligenza di un qualsiasi mammifero mediamente evoluto, ma che, a quanto pare, lascia invece indifferente il telespettatore mediamente involuto.
Com’è noto c’è il diffuso malcostume di dare i risultati di un sondaggio senza menzionare il loro margine di incertezza, l’intervallo entro cui quei risultati possono essere ritenuti affidabili. L’intervallo di affidabilità è una cosa fondamentale da sapere, dal momento che, per quanto possa sembrare incredibile, la statistica non è un’arte divinatoria, non è come gli oroscopi che possono fare previsioni senza incertezze, privilegio tipico di ogni forma di ignoranza, chi fa i sondaggi non va a Delfi a interrogare Oracoli né fruga nell’intestino degli uccelli, semplicemente intervista la gente: più gente intervista più piccola è l’incertezza. Dire che un partito è al 50% non significa niente se non si conosce anche l’incertezza, perché c’è molta differenza fra il 50% ± 0,1% o il 50% ± 50%, precisamente la stessa differenza che passa tra un’informazione e un niente.
Il Tg La7 va ben oltre questo malcostume. Il Tg La7 commissiona un sondaggio alla settimana e ogni settimana commenta minuziosamente le variazioni nel consenso dei partiti dicendo cose come: Sinistra Allegria a Volontà è passata dallo 0,2 allo 0,4%, la Lista Bocchino-Spennella è scesa dello 0,1% nonostante lo sciopero della cacca del suo storico leader, per la prima volta il Centro-Sinistra si porta a 0,3 punti dal Centro-Nulla, era stato a 0,1, 0,2, 0,4, 0,5 e forse anche 0,6, ma mai a 0,3. Visto che una variazione è significativa solo se è superiore o perlomeno poco inferiore all’intervallo di affidabilità, uno si chiede: ma quante persone hanno intervistato per avere un’affidabilità dello 0,1%? Centomila? Un milione? Dopotutto la Telecom non dovrebbe avere problemi a telefonare a milioni di persone, già lo fa con lo spam, e intanto che uno pensa a queste cose passa questo cartello.


Dire che passa è un eufemismo, in realtà sfreccia. Arriva inaspettato senza che nessuno lo annunci né lo commenti e rimane sullo schermo non più di quattro secondi, giusto il tempo di arrivare a “criteri seg”,  benché le informazioni interessanti siano nella terzultima riga: “1000 casi” e “± 3,1%”.
Mille casi significa che lo 0,1% è una persona, cioè significa che se un partito è sceso dello 0,1% è perché a casa Sbudlazzi non ha risposto Luigi, che ha sempre votato quel partito fin da quando ha imparato a fare le X, ma sua moglie Marialuisa, che per distinguersi dal marito dice sempre a tutti di votare un partito diverso, anche se poi, nel segreto dell’urna, vota anche lei lo stesso partito, dopotutto ha poca fantasia. Invece l’intervallo del 3,1% significa semplicemente una cosa: il Tg La7 parla del nulla, minuti e minuti del più puro e limpido nulla.
Ora, io sono disposto a concedere al conduttore il beneficio del dubbio, magari è in buona fede, in fondo i giornalisti non sono tenuti a sapere quello di cui parlano, ma l’esecutore materiale dei sondaggi? Lui sa. Nonostante la sua pettinatura congiuri contro di lui, sicuramente lui sa, eppure, esattamente come il conduttore, discetta imperturbabile di “trend settimanali” dello 0,1%.
Allora io avrei una cosa da dire a questa persona: persona, forse ti interesserà sapere che, stando ai miei accuratissimi sondaggi telepatici, il 100% degli italiani dice che fai ridere.

 

 

RISOLVERE LA MORTE

1.
La vita può essere divisa in due parti, una parte in cui non ci si preoccupa della morte perché tanto arriva nella seconda parte e una seconda parte. Si potrebbero chiamare due tempi, come al cinema: il film è la vita, i titoli di coda sono la morte e quelli che parlano al cellulare sono i religiosi, convinti che esista una vita ultracinematografica. Per il resto la differenza è che mentre al cinema vai spontaneamente, nella vita vieni sbattuto a forza, senza nemmeno un trailer o qualcosa del genere, e quello che trovi trovi, può essere Scorsese o Kubrick, ma il più delle volte è Muccino. Lo chiamano il dono della vita, anche se non sembra che i neonati lo gradiscano molto a giudicare da quanto strillano. Sarebbe interessante che ci fosse un traduttore di neonati, magari si scoprirebbe che “uè” significa “vaffanculo”.
Per un certo numero di anni, diciamo N anni, uno non si preoccupa di niente, tanto la morte arriva a M anni e M è un numero straordinariamente grande, forse addirittura di due cifre. Il piccolo e il grande sono relativi, e quando si è piccoli tutto sembra enorme, poi un giorno scopri che la reggia dove hai passato l’infanzia era un bilocale in equo canone, il fuoristrada dei tuoi una Panda 4x4 e M un numero ridicolmente piccolo, forse nemmeno di tre cifre. Quel giorno capisci che ti restano solo M - N anni di vita, che possono essere tanti o pochi, ma sicuramente meno di quelli che immaginavi quando non sapevi fare le sottrazioni.
A questo punto il problema della morte va risolto. Certo non è obbligatorio, gli appassionati di angoscia e disperazione possono continuare a tenerlo in sospeso, ma tutti gli altri è meglio che lo risolvano, serve per godersi il secondo tempo in pace, senza inquinarsi ogni cosa col pensiero che tanto bisogna morire. Che senso ha cucinare se i cibi funzionano anche crudi? Che senso ha leggere se il cervello diventerà concime? Che senso ha salire sul treno quando posso sdraiarmi direttamente sui binari? Persino i thriller e i film d’azione perdono tutta la loro attrattiva, tanto non è che se il protagonista riesce a scamparla poi vive in eterno, morirà di cancro come tutti.
Le persone che hanno risolto il problema della morte si riconoscono subito: attraversano la strada senza guardare, non leggono gli ingredienti del cacciatorino e quando escono illesi da un disastro aereo si limitano a chiedere informazioni sul volo successivo. È un comportamento saggio. Se uno è costretto a giocare a tennis col primo del ranking, non ha senso che si affanni cercando di vincere, è meglio che si sieda all’ombra col suo Gatorade e aspetti serenamente di perdere 6-0 6-0 6-0.
Ora il problema è: come si fa a vivere senza preoccuparsi della morte? Perché la morte, bisogna ammetterlo, è la cosa peggiore che possa capitare a uno vivo. 

2.
I metodi finora escogitati per risolvere la morte si possono suddividere in quattro categorie: i metodi che ti danno l’immortalità, quelli che ti danno un succedaneo dell’immortalità, quelli che ti consolano e quelli razionalistici. Ovviamente a me interessano solo i primi. Che senso ha vivere se non si è immortali? Tanto vale uccidersi subito. Non mi va di strisciare su questo pianeta per qualche anno, arrabattarmi per rimediare qualche ridicola gratificazione e poi sparire come se niente fosse. O immortale o niente. I metodi che al posto dell’immortalità ti rifilano qualcosa di sostitutivo, come la prole o un’opera da tramandare ai posteri, mi lasciano indifferente. Che m’importa se pezzi del mio DNA mi sopravvivranno? Primo, io non sono il mio DNA; secondo, ci voglio essere io nel 3000 d.S.B. (dopo Sai Baba) a godermi le nuove conquiste dell’ingegneria sessuale, non i miei pronipoti. Si fottano i pronipoti, non muoverò nemmeno un pene per farli esistere. Io morirò? Perfetto, e loro non nasceranno. Uno a uno.
Anche la storia di immortalarsi con una grande opera non mi fa un grande effetto. Non che io non sia in grado di produrmi in qualcosa di memorabile:

Freschi aliburni mattutini che
Si schiudono e sbadigliando si richiudono e
Ridestano in me sibilanti minute e
Vaghe memorie di spossanti tazze di tè

eccetera eccetera, che ci vuole? Il punto è che finché qualcuno non inventa poesie o sinfonie o qualsiasi altra cosa in grado di andare al ristorante o al cinema al posto mio, la cosa non m’interessa. Perché il nulla è sempre il nulla, anche se lo abbellisci, e quando stai per morire daresti tutta la tua collezione di Nobel per fumarti un’altra sigaretta.
Le soluzioni consolatorie sono anche peggio, una vera presa in giro. È incredibile quanti filosofi, dopo aver speso pagine e pagine per dire che la morte è la fine di tutto, che l’esistenza umana è avvolta dal nulla, che la vita è una passione inutile, invece di concludere il proprio pensiero in modo logico e conseguente, cioè appendendosi al lampione più vicino, ti dicono che dopotutto la vita è pur sempre una gran cosa. Sembrano quei film hollywoodiani col lieto fine imposto dalla produzione, solo che in questo caso non c’è nessuna produzione, ma solo la morte che si avvicina. È molto divertente vederli fare i bulli finché sono giovani e poi, al primo sintomo di prostatite, rimangiarsi tutto.


Professore, che fa? Prega?

Diciamo che sono in ascolto dell’essere.

Ma non aveva detto che è tipico dell’esistenza banale aver paura della morte?

Chi? Io?

Sì, guardi, l’ha scritto proprio qui, pagina 305.

È la mia parola contro la tua.


Anche i metodi razionalistici non servono a niente. Per esempio ce n’è uno che dice più o meno così “non bisogna avere paura della morte, perché se la morte è il nulla non c’è nulla da temere”. Molto carino, verrebbe quasi voglia di farselo scrivere sulla tomba, peccato che la cosa fastidiosa della morte non è tanto che faccia paura, ma che rovini il piacere di vivere, come la musica in pizzeria o le mutande fra le chiappe quando stai guidando, e lo rovina proprio perché è il nulla, non per altro.
Da bambino ero un bravissimo lupetto. A dieci anni ero già capo sestiglia e sull’uniforme non c’era praticamente più posto per tutte le specialità in cui eccellevo: osservatore, meteorologo, liutaio, ostetrico e molte altre. Ci tenevo moltissimo alla mia uniforme, sempre in ordine e profumata, al mio foulard bianco e rosso e ai miei scarponcini della Lumberjack, ero l’unico ad avere gli scarponcini di marca. Poi un giorno sono caduto nella latrina. Non so come sia successo, mi sono piegato sulle assi e sono caduto. Il mio Akela, quando mi ha visto, mi ha detto, lo ricordo perfettamente, “non piangere, è solo merda”.
Ecco, i metodi razionalistici sono così: non piangere, è solo il nulla. 

3.
Di teorie dell’immortalità ne esistono tantissime, ce n’è veramente per tutti i gusti: reincarnazioni per i testardi, giardini dell’Eden per i nostalgici, settantadue vergini per i morigerati e purgatori per gli stitici. Ci sono persino religioni che ti promettono il nulla, probabilmente pensate per chi non ha afferrato il punto.
Siccome l’immortalità è proprio quello che mi manca per essere di buon umore, per un certo periodo ho pensato di aderire a qualcuna di queste religioni. Lo dico senza vergognarmi, dopotutto mi sembra una cosa logica: se uno ha voglia di mangiare una bistecca va in un ristorante, non in una ludoteca o in un autolavaggio. Purtroppo il problema delle religioni è che vendono bistecche invisibili, e io la roba invisibile non riesco proprio a digerirla.
Non che sia materialista, non sono un feticista della scienza, uno di quelli che hanno bisogno della verifica sperimentale anche quando ascoltano una barzelletta, però obiettivamente con le religioni come si fa? Se ci fosse un indizio, un piccolo riscontro, qualsiasi cosa, sarebbe diverso; non dico tanto, basterebbe una foto di Gesù che resuscita una scatoletta di tonno o la bolletta dell’illuminazione di Buddha, invece niente, non c’è niente di niente. Così alla fine devi solo fidarti del sentito dire.
È incredibile la facilità con cui la gente crede alle dicerie metafisiche, quando invece sulle questioni terra-terra è molto più sospettosa.


È un’auto eccezionale, mi creda, da 0 a 100 in cinque secondi, e consuma meno di uno scooter.

Fantastico, e chi me lo garantisce?

Lo dice quel tizio laggiù, vede? Quello vestito in modo bizzarro.

E lui come fa a saperlo?

Lo ha letto su un libro scritto duemila anni fa.

Duemila anni fa, eh?

Sì, scritto da gente con le visioni.

Ok, la compro.


E poi c’è anche un altro problema, molto più serio. Le religioni, quando va bene, ti promettono l’immortalità dell’anima, ma io dell’immortalità dell’anima non so proprio che farmene. A che serve essere immortali se non si può mangiare la tagliata di manzo col Brunello? No, grazie, io voglio l’immortalità del corpo, non voglio starmene per l’eternità sospeso nell’etere a contemplare la gloria di Dio, stiamo scherzando? E hanno pure il coraggio di chiamarlo paradiso.


Hai sentito l’ultima?

Dio ha denunciato il Papa per calunnia?

No, pare che il paradiso consista nella contemplazione eterna della gloria di Dio.

Cioè un triangolo con l’occhio?

Sì.

Presto, andiamo a gettare qualche sasso dal cavalcavia. 

4. 
Per questo ho deciso di rivolgermi a Zurek.


Wojciech H. Zurek, per gli amici H punto, lavora al Los Alamos National Laboratory nel New Mexico e si occupa di meccanica quantistica, astrofisica, programmi del caos e immortalità.
Arrivo a casa sua intorno alle tre di pomeriggio.


La stavo aspettando.

Lo so, le ho mandato una mail.

Io non leggo la posta elettronica, perlopiù sono solo ragazzine che impazziscono per le mie teorie sulla decoerenza e la nozione di einselection.

Capisco.

Prego, si accomodi.


Mi fa sedere in una specie di cabina del telefono, stretta, scomoda e soprattutto con un odore schifoso, come di gatto morto. Non faccio in tempo a chiedere spiegazioni che mi ha già chiuso dentro.


Non abbia paura, non le succederà niente.


È terribile quando ti dicono così. Te ne stai sdraiato sulla poltrona del dentista crogiolandoti nel torpore dell’anestesia, pensando ai fatti tuoi senza dover nemmeno fare lo sforzo di deglutire, e a un certo punto ti dicono:


Non abbia paura, non le succederà niente.

Perché? Cosa dovrebbe succedermi?

Potrebbe morire.

Morire!?

Ma non succederà.

La prego, signor Zurek, mi faccia uscire di qui, ho cambiato idea. Giuro che le darò il venti percento di quello che guadagnerò denunciandola per sequestro di persona.

Si rilassi.

Rilassarmi? Come faccio a rilassarmi con questo cartello?


Glielo cambio subito. Così va meglio?


Rimetta l’altro, grazie.

Ascolti, è un trattamento molto semplice. Ha mai sentito parlare del gatto di Schrödinger?

Io faccio Schrödinger o il gatto?

Quando premerò questo tasto --

Quello con il teschio e le tibie incrociate?

Esatto, quando lo premerò, un apparato di misura verificherà lo stato di un atomo di Forfora-314: se l’atomo è decaduto, verrà sprigionato un potentissimo veleno a base di sughi pronti Barilla e lei morirà, se invece non è decaduto, lei vivrà e l’atomo sarà rimpiazzato con un atomo nuovo di zecca, prodotto spontaneamente dal mio cuoio capelluto. Tenuto conto del tempo di dimezzamento della forfora e supponendo una frequenza di 0,1 tentativi al secondo, ho calcolato che ogni volta che premerò il tasto lei avrà il cinquanta percento di probabilità di morire. È tutto chiaro?

Sì, ora posso uscire?


Abbiamo passato così tutto il pomeriggio: io nella cabina a implorarlo e lui fuori a premere il tasto, ma non sono mai morto, neanche una volta. A un certo punto mi propone di scambiarci di posto: lui entra nel coso e io premo il tasto. Al primo tentativo muore soffocato da un orrendo ragù di calamari.
Lì per lì non so se essere sconcertato o rattristato. È vero che aveva cercato di ammazzarmi, più volte e col sorriso sulle labbra, ma ora che era morto mi faceva un po’ pena. Mentre gli frugo nelle tasche alla ricerca di qualche euro che possa consolare la mia tristezza, trovo questo biglietto:

Non si rattristi, sono al sicuro in un altro universo. Per capire meglio quello che è successo potrebbe esserle utile qualche lezione di fisica teorica. C’è n’è una che inizia proprio ora in aula B, se si sbriga fa ancora in tempo. Naturalmente può usare la mia macchina, i soldi per la benzina ce li ha in mano.

W. H. Zurek

Aula B.
La meccanica quantistica dice che le particelle si comportano come onde di probabilità. Anche molte persone si comportano così, ma questo non c’entra con la meccanica quantistica.
Prendiamo per esempio un elettrone e supponiamo di misurare il suo spin. Cosa sia esattamente lo spin non è importante, tutto quello che ora bisogna sapere è che può assumere solo due valori: +h/4π e -h/4π, dove h è la costante di Planck
La meccanica quantistica dice anche che, prima di compiere la misura, l’elettrone non ha uno spin definito, cioè non è come Guido Meda che esiste anche se togli l’audio; prima della misura l’elettrone si trova in uno stato in cui entrambe le possibilità +h/4π e -h/4π si sovrappongono. Non c’è modo di prevedere il risultato, tutto quello che si può dire è che c’è una probabilità del cinquanta percento di trovare +h/4π e una probabilità del cinquanta percento di trovare -h/4π. È un po’ come lanciare una moneta, solo che non si vede niente.


Ciao, ti va di giocare a “+h/4π o -h/4π”?

Okay, ce l’hai tu l’elettrone?

Credo di sì.

+h/4π.

Okay.

Vai!

...

L’hai lanciato?

Non lo so.


Ci sono altre due grosse differenze fra la misura dello spin e il lancio di una moneta. La prima è che il testa o croce non è veramente un fenomeno casuale, nel senso che se uno conoscesse esattamente la forma della moneta, la traiettoria del lancio e tutto il resto, potrebbe prevedere con certezza il risultato, invece con lo spin non si può. La probabilità dello spin non dipende dall’ignoranza della fisica, molte cose a questo mondo dipendono dall’ignoranza della fisica ma non questa. Il risultato della misura dello spin di un elettrone è autenticamente casuale, come se la particella decidesse lì per lì che fare.
Questa cosa a molta gente non è mai andata giù. Einstein, per esempio, era scandalizzato e sbeffeggiava tutti quelli che la sostenevano, non importava quanti Nobel avessero sul comodino. Diceva che Dio non può giocare a dadi, il che mi sembra perfettamente condivisibile visto che per giocare a dadi bisogna come minimo esistere, ma non credo la intendesse in questo modo.
L’altra grossa differenza fra la moneta e l’elettrone è questa: fatta la prima misura e trovato +h/4π (o -h/4π), poi lo spin non cambia più, tutte le misure successive daranno sempre +h/4π (o -h/4π). Nell’interpretazione standard, la cosiddetta interpretazione di Copenaghen, questo fenomeno è chiamato “collasso nell’autostato”, perché è come se l’elettrone precipitasse definitivamente in uno dei due stati fondamentali.
Ora, tutto questo modo di intendere le cose ha almeno due problemi: il primo è che questo fatto della probabilità trasformerebbe l’universo in una specie di enorme casinò, il secondo è che nessuno ha mai veramente osservato un “collasso nell’autostato”. Ciò non significa che la meccanica quantistica non funzioni. La meccanica quantistica funziona benissimo e oggigiorno la si usa anche per progettare computer e asciugacapelli, l’unica cosa che lascia perplessi è la sua interpretazione ortodossa. In poche parole si potrebbe dire che funziona nella pratica ma non in teoria, cioè l’esatto contrario del marxismo.
In realtà  esiste un modo molto più semplice e intuitivo per interpretare questi fenomeni: infiniti universi. 

6. 
Nel 1957 un fisico di nome Hugh Everett III concepì una nuova e rivoluzionaria interpretazione della meccanica quantistica, la cosiddetta interpretazione a molti mondi. La espose per la prima volta nella sua tesi di dottorato, dopodiché gli si spalancarono le porte del mercato ortofrutticolo di Princeton.
Le riflessioni di Everett si spingono fino al confine fra scienza e ontologia, e gli scienziati di tutto il mondo hanno meditato a lungo sui suoi scritti prima di appallottolarli e buttarli nel cestino. Sono idee straordinarie e allo stesso tempo semplici, come sempre accade per le idee veramente grandi. Per esempio Everett fu il primo a introdurre la nozione di emoticon nel calcolo tensoriale.
Secondo l’interpretazione standard della meccanica quantistica, la misura dello spin di un elettrone può essere rappresentata in questo modo


o in questo


a seconda che il risultato sia +h/4π o -h/4π (le emoticon rappresentano l’osservatore, le palline colorate l’elettrone e le frecce la misura, i + e i - rappresentano dei + e dei -, rispettivamente). Prima della misura entrambi gli stati + e - sono presenti, sovrapposti quantisticamente, mentre dopo la misura l’elettrone è collassato in uno dei due, probabilmente inorridito dall’incontro ravvicinato con un essere umano. Cosa determina il risultato? Il caso. Che fine ha fatto l’altro stato? Boh. Questa in sintesi l’interpretazione standard.
Ecco invece come la stessa misura viene illustrata nella tesi di Everett.


In questa nuova interpretazione tutti i problemi scompaiono: l’elettrone non sceglie a caso in quale stato andare, li sceglie entrambi. Caso e collasso non ci sono più e tutto fila liscio come in una teoria fisica che funzioni. Everett era molto soddisfatto di questa figura, sia perché risolveva elegantemente un’annosa questione, sia per la scelta dei colori, poi un giorno, quando ormai la tesi era pronta per la stampa e mancava pochissimo alla discussione finale, notò una cosa strana: nella figura, dopo la misura, c’erano due osservatori.
Perché? Com’era possibile? Cosa significava? Alla fine Everett dovette arrendersi alla sbalorditività (stavo per scrivere sbalordaggine) della sua stessa teoria e accettare l’idea che la misura dello spin facesse sdoppiare l’universo: prima della misura c’è un solo universo, con dentro un Everett che vuole misurare lo spin di un elettrone, dopo la misura ci sono due universi, ognuno col suo elettrone e il suo Everett, due universi identici, perfettamente uguali, a parte un piccolo e trascurabile elettroncino rosso in uno e blu nell’altro. Anche i due Everett sono identici, ignari l’uno dell’altro ed entrambi convinti di essere Everett.
Qualcuno potrebbe trovare questa interpretazione a molti mondi un po’ deprimente, già è difficile reggerne uno di mondo, figuriamoci molti, in realtà si tratta di mondi non comunicanti, completamente impermeabili l’uno all’altro, per cui ogni persona può continuare a lamentarsi del proprio come se niente fosse.
Immaginiamo ora che per qualche motivo l’elettrone rosso sia letale.


L’osservatore che s’infila nell’universo rosso muore e l’altro, quello che sopravvive, ha solo la sensazione di essere stato molto fortunato. In realtà la fortuna non c’entra, uno muore e l’altro vive, ma siccome a essere morti non si prova niente, l’Io continua la sua corsa esistenziale solo nell’universo con l’elettrone blu. In questo modo, anche se uno avesse a che fare con un milione di elettroni


alla fine si salverebbe comunque.


Questi sdoppiamenti e moltiplicazioni di universi accadono continuamente, ogni volta che un sistema fisico (osservatore, gatto, bicicletta, buccia di patata, cerume) interagisce con un sistema quantistico. In altre parole l’universo si ramifica di continuo in infiniti universi, e ognuno di noi non può far altro che infilarsi negli universi in cui sopravvive, per quanto improbabili e astrusi possano essere. Ogni essere umano è immortale, solo che lo è nel suo improbabilissimo universo privato, un universo dove tutti gli altri muoiono e dove, fra le altre cose, gli è impossibile suicidarsi. Chi non ci crede può provare.
Grazie a Hugh Everett III e alla sua teoria a molti mondi, ora attraverso la strada senza guardare, non leggo più gli ingredienti del cacciatorino e ogni volta che esco illeso da un disastro aereo mi limito a chiedere informazioni sul volo successivo.

Conservazione dell’amor coniugale (estratto)

di Veniero Scarselli

 

Tutti-pazzi-per-amore

Sessualità, famiglia, cure parentali

E’ senz’altro vero che la coppia può essere apparentemente tenuta insieme anche da una quantità di attività ed obblighi della vita quotidiana, familiare, sociale, lavorativa; ma si può in tutti questi casi chiamarla ancora “vera coppia”? Il legame di due persone tenute sotto lo stesso tetto soltanto da interessi materiali o dall’abitudine è affettivamente sterile: si tratta di un legame artificiale fra una coppia di soci, non di amanti come invece dovrebbe essere. Il cemento affettivo fra un uomo e una donna, ciò che li tiene fisiologicamente e felicemente insieme è, fin dalla notte dei tempi e con buona pace dei cosiddetti benpensanti, la conservazione e la coltivazione dell’antica attrazione fisica; come tale, comporta sempre il mantenimento di un certo grado e ritmo di attività sessuale, anche se nel caso della coppia anziana non deve obbligatoriamente concludersi con la penetrazione.

Che questa attività sia il cemento affettivo della coppia non deve meravigliare e tanto meno scandalizzare; la prole dell’Homo Sapiens impiega un tempo talmente lungo prima di diventare autonoma, da essere impossibile per la madre portare a termine le cure parentali da sola: il neonato, il bambino, l’adolescente, e poi in buona parte anche l’adulto, hanno per un tempo lunghissimo bisogno delle cure e dell’assistenza di ambedue i genitori, prima che il nuovo individuo sia capace di vivere di vita propria. L’evoluzione umana allora ha inventato strategie atte a tenere uniti i genitori con un meccanismo di coazione automatica e istintiva profondamente radicata nella fisiologia del nostro essere, e cosa c’è di più istintivo e automatico dell’attrazione sessuale? L’attrazione inoltre doveva essere di lunga durata, per coprire tutto il tempo necessario alle cure parentali; in pratica per tutta la vita, dato che dagli albori dell’umanità fin quasi ai nostri giorni i mezzi anticoncezionali erano molto scarsi e quanto mai primitivi; d’altra parte non se ne sentiva neanche il bisogno, dato che i figli erano “benedizione di Dio”, cioè forza-lavoro e garanzia di assistenza nella vecchiaia; pertanto al primo figlio ne seguiva presto un altro e poi un altro ancora, per di più con una indeterminatezza che impediva qualsiasi programmazione. Solo il costante perdurare dell’attrazione sessuale esercitata dalla femmina, in uno con la sua disponibilità, poteva dunque assicurarle una lunga unione col padre dei suoi figli.

La Natura ha ottenuto questo risultato in diversi modi. Il primo è stato di rendere l’ovulazione indeterminabile dall’esterno facendo sì che la disponibilità sessuale della femmina fosse continua e relativamente indipendente dall’ovulazione; negli animali invece, i cui figli raggiungono generalmente entro l’anno autonomia e maturità sessuale, essa è limitata ad un solo breve periodo di pochi giorni, dopo il quale il maschio non ha più alcuna utilità né interesse a rimanere accanto alla femmina. Anche l’invenzione dell’amplesso frontale è stata per l’Homo Sapiens un’innovazione non di poco conto a causa del coinvolgimento di altri organi e sensi, oltre a quelli destinati alla copula, capaci di integrare e approfondire l’attrazione e l’eccitazione; il fatto di stare durante la copula viso contro viso e di guardarsi negli occhi si è tradotto in un più intenso e diretto scambio affettivo. Infine non è da sottovalutare lo sviluppo di uno spiccato dimorfismo sessuale che, a dispetto degli odierni modelli femminili mascolinizzati, costituisce per il maschio un importante richiamo sessuale: la larghezza del bacino, il turgore del seno, l’abbondanza e ubiquità dello strato adiposo, la prominenza del ventre, la minore pelosità, la sottigliezza e delicatezza della cute, e infine quell’accumulo di grasso nelle natiche e nelle cosce che è la dannazione delle donne di oggi (ma non degli uomini) e che in talune razze africane è apprezzato fino al punto di diventare un’istituzione come la steatopigia, che è l’ipertrofia adiposa di cosce e glutei. Molti antropologi pensano perfino che la formazione di un seno turgido anche al di fuori del periodo di lattazione sia stato un escamotage per surrogare, nel periodo di passaggio dell’amplesso da tergale a frontale, il richiamo esercitato fino allora dalla turgidità e visibilità delle natiche scimmiesche nell’antica posizione da tergo del coito. Che l’amplesso frontale sia un’invenzione atta a sollecitare l’affettività, è dimostrato anche dal fatto che esso si osserva in alcune odierne scimmie antropomorfe, dai comportamenti sociali e affettivi già molto vicini a noi.

Tutti questi cambiamenti o adattamenti hanno dunque contribuito a introdurre fra i primi ominidi la grande novità dell’affettività. E’ vero che forme più o meno evidenti di affettività sono osservabili anche in diversi animali superiori quali ad esempio i canidi e i felidi che vivono in branco, oltre agli animali domestici che ci sono familiari e i primati già menzionati; ma l’assoluta novità dell’Homo Sapiens è l’enorme intensità e durata del legame affettivo, biologicamente destinato ad estendersi per tutta la vita. Tuttavia attrazione sessuale ed affettività non devono ancora essere sembrate garanzie sufficienti ad assicurare una salda unità della coppia per tutto il tempo necessario, perché la provvida Natura ha favorito con la selezione naturale gli individui e le popolazioni che si sono date, attraverso i più svariati rituali, anche regole sociali per la protezione della famiglia. Uomini e donne infatti – a dire il vero con una preponderanza degli uomini – hanno anche una inclinazione di segno opposto che talvolta li induce, per curiosità, eccesso di libidine, o altri motivi, a mettere il naso fuori dalla famiglia.

L’evoluzione degli ominidi è giunta quindi già in epoca preistorica alla regolamentazione delle unioni con l’istituzione del matrimonio e l’obbligo della fedeltà. Se poi il maschio riusciva lo stesso a fare qualche scappatella (come d'altronde anche la femmina, che volentieri accettava talvolta le avance di qualche giovane maschio della tribù) ciò non invalidava affatto l'istituzione del matrimonio, nato dalla imprescindibile necessità biologica di collaborazione domestica e parentale. Inoltre, se anche la scappatella del maschio obbediva all’istinto di spargere un po’ dappertutto i propri geni col seme, questo infine giovava al rimescolamento del patrimonio ereditario creando nuova diversità biologica; non aveva quasi mai il significato di una nuova relazione fissa, perché il maschio restava volente o nolente legato alla sua famiglia come imponeva il suo clan e il suo legame coi figli e la moglie, come d’altronde avviene fondamentalmente tuttora; cambiano le usanze e i riti, ma non la sostanza dell'istituzione matrimoniale. Poiché anche le strutture sociali e le istituzioni si evolvono seguendo le stesse leggi darwiniane dell’utilità e della selezione, si può affermare che l’istituzione matrimoniale, conservatasi nei geni attraverso i millenni, è stata fino ad oggi una formidabile invenzione per tenere unite le famiglie durante tutto il tempo in cui le femmine continuavano a far figli da crescere ed ha così permesso la felice continuazione della specie, come tutti noi siamo qui contenti di testimoniare.

Il fenomeno moderno della disgregazione della famiglia negli stati industrializzati può essere allora un fenomeno di degrado che non si sa ancora dove possa portare. E’ già quasi un secolo che ha cominciato a diffondersi sempre più il trend dei multi-matrimoni e non si può ancora prevedere se sia un nuovo ramo dell'evoluzione oppure un effimero fenomeno di devianza destinato ad essere presto o tardi eliminato. Allo smembramento delle famiglie ha sicuramente contribuito la drastica diminuzione della prole in tutte le società avanzate, che ha liberato le donne dalle lunghe cure parentali e dalla necessità della collaborazione maschile, dando il via al degrado dei costumi; tuttavia, poiché l'evoluzione non segue un disegno prestabilito, ma è il prodotto di miriadi di tentativi casuali, la maggior parte dei quali abortisce per inefficienza, può darsi che tale tendenza sia un ramo secco della cieca evoluzione destinato a cadere come i tanti altri che essa ha prodotto nei milioni di anni. Criterio infatti della preferenza data ad uno piuttosto che ad un altro tentativo evolutivo è l’utilità e soprattutto la non nocività di ogni innovazione: così le innovazioni nate da mutazioni o variazioni sfavorevoli alla vita non hanno seguito, allo stesso modo degli individui inetti alla vita per infertilità, malattie, minori attrattive sessuali, o scarsa idoneità ad affrontare le avversità.

Poiché l’istituzione matrimoniale si è mantenuta nei millenni, significa pure che essa è "convenuta" anche al maschio, nonostante le sue scappatelle. Nelle rare aree del mondo in cui la poligamia è teoricamente ammessa, essa è in realtà praticata solo dai pochi individui più ricchi come sfoggio di status sociale o per necessità di generare più figli come forza-lavoro, e ciò non fa che confermare quanto il maschio abbia sempre avuto bisogno della sicurezza costituita dalla famiglia e dalla femmina come sostituto della madre; sotto questo punto di vista, l’harem potrebbe essere considerato come un’organizzazione retta effettivamente da tante femmine-madri. E’ anche innegabile che la poligamia si accorda con la teoria della naturale inclinazione del maschio a sparpagliare i propri geni in molte vagine, ma se la forza dell’evoluzione è riuscita ad imbrigliare tale inclinazione, ciò è avvenuto perché al maschio conveniva accettare le regole limitanti del matrimonio. La femmina invece, dovendo investire le sue forze su un solo figlio per volta e per molto tempo oltre i nove mesi, poteva essere interessata a tradire il compagno soltanto se sedotta da un maschio più forte e più attraente, presumibilmente più capace di lui di provvedere alla famiglia; assillato quindi dal timore d’essere abbandonato, il marito non poteva che accettare di buon grado i limitanti obblighi matrimoniali come garanzia della sua stessa sussistenza.

Fin dagli albori, all’epoca dei cacciatori e raccoglitori, il maschio ha sempre avuto solo da guadagnare dal legame con la femmina: stabilità, nutrimento, cure personali, forza-lavoro dei figli più grandicelli. Che cosa facevano infatti gli originari ominidi maschi, se non portare qualche volta dalla caccia unpo' di proteine da mangiare che subito sbandieravano con grande spiegamento di armi, di livree, di piumaggi e di danze propiziatorie, magari di guerra? Poi per tutto il giorno e forse settimane, quando la caccia andava male, non facevano assolutamente nulla, tranne che fabbricare armi e mangiare le erbe e le radici raccolte dalle donne, accoppiarsi, e poi smaltire l’esubero di forze in danze di guerra. L'agricoltura e la vita stanziale, subito accettata di buon grado anche dai maschi guerrafondai in quanto gli assicurava il pane quotidiano, l'hanno inventata le donne, che per millenni ci hanno anche lavorato di persona mostrando come l’apporto del maschio fosse limitato alla difesa della famiglia da aggressioni e ruberie, e alla disponibilità del suo seme affinché l'evoluzione guidata dalle donne potesse avere il suo corso.

E’ verosimile inoltre che il timore di essere tradito e abbandonato dalla compagna-madre fosse così forte da dare origine a una lunga competizione, forse durata millenni, da cui il maschio è infine uscito vittorioso assicurandosi il controllo della femmina e dei figli e dando avvio alla nascita del sistema patriarcale; il dominio sulla femmina e sulla famiglia gli garantiva non solo la sicurezza genetica della sua discendenza, ma allo stesso tempo anche il controllo sui depositi alimentari e su tutti i beni prodotti dalla donna; si è venuta così a creare la necessità di legalizzare e garantire col matrimonio la sua dominanza.

Può darsi che il nuovo trend che si osserva nei costumi sessuali e familiari di oggi trovi una sua nicchia di utilità nelle artificiali strutture socio-economiche create dal capitalismo avanzato, che si sono in ogni campo allontanate di molto dalla naturalità. Ciò spiega come mai le società capitalistiche siano tanto avversate dalle società cosiddette meno avanzate, di regola purtroppo guidate dalla religione e dall’integralismo, ma molto più aderenti alla Natura. Esse sostengono “a spada tratta” che il modo di vita del mondo occidentale non è buona cosa in quanto ha portato solo al degrado delle anime, dei corpi e delle strutture sociali e agitano il fantasma dell’autodistruzione verso cui la nostra “civiltà” probabilmente si sta incoscientemente e arrogantemente incamminando da quando ha invaso il Pianeta. I maschi attuali in fondo, con tutti i loro razzi interplanetari e le loro raffinate tecnologie, non sono molto dissimili dai loro antenati ominidi, capaci solo di uccidere e fare danze di guerra arrecandosi essi stessi del male.

E’ facile dunque immaginare che l’American way of life, dopo aver contagiato mezzo mondo, sia un ramo secco dell'evoluzione e presto o tardi sarà sostituito da quello portato dall'invasione di masse di popoli enormemente più vitali perché mantenutisi aderenti alla Natura. Stanno già straripando da quei confini che gli avevamo imposto nel tentativo di sottometterli alla nostra cultura, mentre ora saranno essi a sottometterci alla loro con una esorbitante prolificità; mentre infatti loro senza sosta si moltiplicano, noi stiamo ancora discutendo sull’anima degli embrioni come una volta si discuteva sull’anima delle donne, e questa è un'ulteriore lezione sulla validità delle leggi darwiniane anche applicate all’evoluzione delle strutture sociali: la selezione naturale agisce impedendo agli inetti e alle strutture inefficienti di riprodursi, mentre favorisce la moltiplicazione degli individui e delle strutture più idonee a conservare la Vita sul Pianeta sotto qualunque forma e assetto, anche se sgradevole per il nostro modo di sentire e la nostra cosiddetta civiltà. Se la nostra non ha saputo inventare che alienazione, computer, razzi, e figli in provetta, probabilmente è destinata ad essere sommersa da chi i figli li fa in modo naturale e in abbondanza.

 

L’illusione del “partner migliore”

Nelle grandi città si vive immersi in un turbinio di attraenti persone dell’altro sesso che graziosamente parlano e sorridono, esibiscono i loro aspetti migliori, la loro voglia di amare ed essere amati e ammirati, e con ciò mettono in pericolo l’esistenza della coppia che con tanto amore e fiducia aveva iniziato la vita insieme. In tali concentramenti di popolazione, dove ognuno è estraneo all’altro, i rapporti interpersonali tra concittadini e colleghi sono quasi inesistenti e manca l’inibitorio controllo reciproco dei piccoli villaggi, dove i cedimenti morali sono più rari per l’esistenza di una sorta di autoregolazione automatica dei costumi.

Purtroppo, quando il legame d’una coppia comincia ad incrinarsi per l’intrusione di una di quelle persone il cui fascino misterioso la fa apparire più attraente del proprio partner, il partner colpevole comincia a fornire alla propria coscienza ogni alibi possibile per lapidare colei o colui che pur conduceva al suo fianco una vita irreprensibile con l’amore e l’abnegazione di cui era capace. E’ difficile capire la natura della forza distruttiva che spinge una persona a disamorarsi di un partner che finora rappresentava per lui una casa-culla serena e ordinata e quindi generatrice di felicità, per saltare nel buio di evasioni generatrici di disordine e quindi, presto o tardi, di sofferenza. Voce di popolo, sostenuta anche dalla Sociobiologia, sostiene che fin dagli albori della specie umana sarebbe una caratteristica naturale e incoercibile del maschio andare a caccia di femmine e di proteine animali distribuendo il proprio seme a destra e a manca ad ogni buona occasione. Questa teoria però, che poteva valere per i tumultuosi e promiscui primordi in cui gli ominidi facevano parte di branchi non ancora organizzati, oggi sembra poco attendibile; da quando infatti l’Homo Sapiens si è costituito in ordinate strutture sociali gerarchiche sottoposte a regole e consuetudini col valore di leggi, si è modificato geneticamente anche il suo ruolo istituzionale nel clan e la sua responsabilità nei riguardi dei componenti; l’immagine quindi di un maschio ancestralmente cacciatore di proteine e di femmine si è molto ridimensionata e oggi sembra solo un alibi inventato dalla mascolinità per giustificare le sue fantasie erotiche e le sue scappatelle.

Quanto alla femmina, tutti gli antropologi concordano che sia meno portata al tradimento a causa del suo primario interesse alla conservazione del nucleo familiare; è la donna infatti che investe tutte le sue energie per ogni singolo figlio e per la durata di quattro o cinque anni, ed è naturale che difenda con le unghie e con i denti il suo investimento genetico facendo in modo che vada a buon fine e sia conservata l’unità della famiglia. Tale predisposizione è innata e si è mantenuta certamente anche nelle donne di oggi, nonostante la liberazione sessuale, l’interruzione di gravidanza e il controllo delle nascite, anche se la maggior parte di esse finge di non saperlo; è un dato di fatto che, salvo eccezioni perverse, la maggior parte dei tradimenti femminili è provocata dall’incuria dei maschi nei riguardi delle loro compagne o da maltrattamenti, tradimenti, e comportamenti offensivi.

Resta comunque la triste realtà che quando si insinua nell’animo o nella fantasia il desiderio di liberarsi del partner, maschio o femmina che sia, non è facile per il traditore razionalizzare gli inconsci motivi abbietti del suo comportamento; è difficile giudicare con chiarezza se colei o colui di cui si era innamorati, e che ora più non si sopporta, abbia perso le sue iniziali attrattive a causa d’un oggettivo deterioramento del suo aspetto o a causa di un divergente processo evolutivo morale, oppure se a forza di guardare nei giardini degli altri reputiamo di poter aspirare ad un partner migliore di quello attuale: qualsiasi motivo si adduca, è solo un pretesto per liberarsi da ciò che si ritiene una prigione. Cercare pretesti infatti è il più comune falso salvagente cui gli esseri umani si sono da sempre aggrappati per non dover scoprire in se stessi il vero abbietto motivo del loro disamore. Guardiamola in faccia noi, allora, l’abbietta Fata Morgana: l’illusoria e consumistica convinzione che il nostro ego meriti qualcosa di meglio, un partner migliore, mentre il vero abbietto motivo è la nostra incapacità creativa di rendere interessante la nostra vita, e allora ci illudiamo che lo possa fare un “partner migliore”. Mettiamoci una mano sul petto e chiediamoci se almeno una volta non abbiamo accarezzato il pensiero che il nostro partner, per un motivo più o meno giusto, “non ci meritasse”.

Questa Fata Morgana del partner migliore che ci spetta di diritto è il pensiero più deleterio che ci possa infettare, dato che offusca la capacità di vedere gli aspetti positivi che la nostra compagna o il nostro compagno sicuramente possiede, se una volta ci è piaciuto e se nel frattempo non è diventato un mostro; ci inibisce la capacità di gioire per come egli ci ha reso finora bella e attraente la vita e di vedere chiaramente la nostra colpevole ignavia creativa. Il segreto della felicità è infatti gioire per le qualità del partner, piuttosto che stare a roderci e a soffrire per i suoi difetti; in lui ci sono certamente “in nuce” anche altri aspetti positivi meno evidenti ma che potrebbero essere scoperti e sviluppati, se si prendesse l’iniziativa di coltivarli con pazienza ed amore introducendo nuovi motivi di interesse comune; se è vero che l’essere umano oscilla continuamente fra il bisogno d’una casa sicura e il fascino di nuovi orizzonti e nuove esperienze, perché cercare queste altrove, invece di crearle nel proprio partner e nell’ambito della propria famiglia? Non si immagina, o piuttosto non si vuole immaginare, quanto la nostra innocente compagna o compagno possa essere felice di seguire il nostro entusiasmo di fare o imparare cose nuove, e allo stesso modo quanto possa anche lei trascinarci col suo entusiasmo verso nuovi interessi e nuove esperienze; ed è straordinario constatare quanto queste esperienze possano tenere felicemente unita la coppia, se il partner scontento non si chiudesse nell’alibi nichilistico del “tanto è tutto inutile”.

La Fata Morgana del partner migliore di quello attuale distrugge ovviamente la base affettiva necessaria a farci compiere anche quegli atti quotidiani che servono a mantenere vivo, o a riaccendere, il piacere del contatto fisico e affettivo: gli sguardi e gli abbracci affettuosi, le carezze e i toccamenti, tutti insomma quei piccoli gesti di tenerezza e affettuosità che fanno sentire alla compagna o al compagno l’attrazione che in fondo ancora esercita su di noi e la nostra gratitudine per la sua stessa esistenza. L’affettività e la sessualità femminile è particolarmente sensibile a queste attenzioni e la donna è capace di commuoversi ed infiammarsi fino a tarda età; bisogna convincersi che amore richiama sempre amore e che è biologicamente impossibile che chi è oggetto di questi gesti diretti d’affetto non li ricambi con la stessa intensità alimentando così quel circolo virtuoso che anche Dante mostra di conoscere molto bene col suo amor che a nullo amato amar perdona.

Sfortunatamente, la saggezza per capire lo stretto legame esistente fra sesso e affettività, e la saggezza di adeguarvisi modificando e riprogrammando il proprio modo di agire adattandolo su quello del partner, si conquista spesso solo con la maturità o la vecchiaia; tuttavia, se si sono seguiti i nostri consigli, si potrà ben presto constatare che tale saggezza è capace di annullare la stessa nostra percezione della vecchiaia con una sorta di ritorno di fiamma della vigoria e del giovanile ottimismo, e questo allontana anche il pensiero della morte attraverso una nuova gioia di vivere ed amare. Il risveglio dell’amore è infatti il miglior antidoto agli acciacchi e alla depressione della vecchiaia.

Il più grande nemico d’una felice vita coniugale resta tuttavia il turbinio di attraenti figure dell’altro sesso, spesso sessualmente aggressive, offerto dalla vita sociale e lavorativa. Il loro fascino spesso consiste solo nell’aura di mistero che circonda ciò che non si conosce, oppure si è indotti ad ammirare in loro ciò che noi pusillanimi non siamo capaci di trovare in noi stessi e nel nostro partner, e allora si vive della luce con cui abbiamo rivestito quella nuova persona e che ci appare immensamente superiore. Spesso contro la vuota luce riflessa di questa Fata Morgana si spunta anche la più forte determinazione a continuare ad amare il proprio partner e coltivare e mantenere con lui consapevolmente quel tenerissimo stato di complice eccitazione che rende felice la vita. Quando sfortunatamente ciò accade, la causa non risiede in una presunta innata predisposizione dell’uomo al tradimento, bensì nell’inclinazione del singolo individuo a farsi plagiare dal gruppo sociale in cui vive e dai degradati modelli mediatici che lo assediano. L’aumento odierno dei matrimoni falliti e dei divorzi dipende dunque dalla maggiore promiscuità sociale e dal conformismo che quasi impone all’individuo di adeguarsi ai costumi imperanti; ma dipende anche dalla fragilità e labilità individuale, che soccombe ai condizionamenti perché incapace di affrontare e riparare la minima difficoltà coniugale.

Una delle più precoci cause di delusione matrimoniale è il fisiologico raffreddamento del desiderio sessuale che segue al periodo della fregola amorosa e sopravviene inesorabilmente con l’inizio della convivenza e della routine; quasi sempre esso viene interpretato dal maschio come disamore, con tutte le reazioni che ne conseguono: frustrazione, offesa, rancore, ritorsione. Nel periodo giovanile dell’innamoramento non si sa infatti, o non si vuole mettere in conto, che un certo calo del desiderio sessuale è un fenomeno connesso con la procreazione; pochi infatti hanno voglia di riconoscere la pur lapalissiana verità che l’amore è stato indissolubilmente congiunto dalla Natura con la procreazione, in barba a tutte le rivoluzioni sessuali che vogliono separarlo da essa e piegarlo all’edonismo individuale: la Natura infatti ha stabilito che la grande fregola amorosa durasse solo quel tanto che serve ad ottenere la fecondazione; nella femmina c’è come una sorta di timer che fa durare la fregola il tempo mediamente occorrente per il concepimento (sia che questo realmente avvenga o no) e poi scatta sul “riposo”. Il marito dunque deve avere la pazienza di aspettare tempi migliori e non si deve crucciare se con la gravidanza si verifica nella moglie un calo del desiderio sessuale ma non del desiderio di coccole, che anzi aumenta enormemente; purtroppo, la pazienza non è una qualità bene accetta dai maschi, generalmente meno maturi delle compagne e unicamente ansiosi di esercitare i loro presunti diritti sessuali; non pensano neppure lontanamente che il sesso non è un alimento indispensabile e che un po’ di astinenza non gli nuocerà per niente.

Negli animali la disponibilità sessuale della femmina cessa addirittura del tutto con la fecondazione, e fino all’anno successivo prende il suo posto uno stato di repulsione e aggressività. Madre Natura non spreca nulla, e poiché il sesso non sta lì per far divertire animali o esseri umani ma solo per indurli, a torto o a ragione, a moltiplicarsi, di lui non c’è più bisogno quando la femmina resta incinta; sarebbe anzi nocivo, perché la distrarrebbe dall’allevamento della prole. Dopo il parto e il necessario lungo periodo dell’allattamento, negli animali ritorna la fregola, generalmente dopo un anno; ma anche nella donna, dopo il parto e il primo delicato periodo di allattamento (i famosi “quaranta giorni”), torna di nuovo una “piccola fregola”, che l’astinenza non può non rendere intensa. E’ necessario tuttavia ricordare che nella donna la diminuzione del desiderio sessuale durante la gravidanza può essere largamente compensata dall’affettività con cui esso è intimamente intrecciato; se questa quindi è coltivata con amore anche dal marito, è possibile che l’attività sessuale continui per tutta la durata della gravidanza; desiderio e affettività servono infatti ancora a tenere unita la coppia per le prossime cure parentali da dedicare al figlio che stanno aspettando e a tutti quelli che verranno più tardi.

Quale che sia la causa, dopo la fregola iniziale e il subentro della routine nella convivenza, l’attività sessuale della coppia assume un ritmo più tranquillo guidato dall’affettività, e questo lieve calo viene percepito da qualche marito immaturo e impaziente con sorpresa e amarezza come diminuzione dell’amore dovutogli; la sua sicumera di maschio non gli permette neanche di immaginare che la routine abbia fatto subire anche a lui, insieme alla compagna, lo stesso calo di desiderio; preferisce pensare che sia la tiepidezza della moglie a non stimolarlo più come una volta; non ha idea del grande disegno della Natura, per il quale l’esaurimento della fregola, così pericolosamente monopolizzante, ora permette a lui e alla compagna di attendere più tranquillamente alle occupazioni quotidiane necessarie alla loro stessa sopravvivenza e a quella della prole. Per la gente dalle semplici aspirazioni le occupazioni parentali e l’impegno che comporta il mantenimento della famiglia sono forse sufficienti a tenere in piedi un rapporto di coppia; per altri deve sopperire l’intesa intellettuale e culturale. Ecco allora che quando nei giovani giunge l’età di amare, non è al colpo di fulmine che ci si può affidare per garantirsi una lunga durata della vita insieme, ma all’oculatezza nella scelta del partner, che permette di sondare l’autenticità del rapporto e le eventuali affinità morali e intellettuali.

Il problema semmai risorge quando la coppia ha portato a termine l’educazione dei figli e questi, ormai grandi, se ne vanno per i fatti loro; in questa situazione, se i coniugi si erano troppo concentrati sui figli, sui problemi familiari e sul lavoro, perdendo a poco a poco l’interesse sessuale e perfino il piacere della reciproca presenza fisica e del contatto che sono il fondamento dell’affettività, tendono a sentire la loro vita come vuota di significato e andranno sicuramente incontro a un triste tramonto o addirittura alla rottura del matrimonio, se non impareranno di nuovo a corteggiarsi e a coltivare il piacere della loro intimità. E’ bene precisare che la menopausa non incide per niente sul desiderio sessuale della donna; se ciò sembra accadere, ne è generalmente responsabile il pregiudizio sessuofobico dell’ambiente sociale alimentato da un certo clero ignorante; tutto ciò comunque finisce per convincere i coniugi che quando il periodo della fertilità e della procreazione è finito, è finita anche la disponibilità sessuale di entrambi, per cui è peccaminoso o quanto meno disdicevole insistere alla loro età con i giochi amorosi. Fortunatamente non vi è niente di più falso, perché la Natura fa cessare le ovulazioni ad una certa età soltanto per impedire la nascita di figli nella tarda stagione della vita della donna, quando il declino delle forze e il degrado dell’intero organismo renderebbe difficile e precario il loro lungo e faticoso allevamento; inoltre, la possibile morte della madre per vecchiaia lascerebbe allo sbando i figli più piccoli.

Negli animali invece il periodo richiesto dalla prole per raggiungere l’autonomia è molto più breve e l’ovulazione quindi può continuare a manifestarsi annualmente fino a un’età molto avanzata, seppure limitatamente al periodo di fregola stagionale. Si comprende quindi perché nell’animale la fregola sia concentrata in quel brevissimo periodo dell’anno: nell’intervallo fra un anno e l’altro si esaurisce la necessità della presenza della madre, dal momento che la prole diventa generalmente autonoma. Nella donna in menopausa, invece, ci sono di regola ancora altri figli più grandicelli da accudire o da assistere nella loro difficile acquisizione dell’autonomia, perciò il desiderio sessuale adempie ancora alla funzione di tenere unita la coppia; la cessazione delle ovulazioni e dei cicli ormonali non ha infatti proprio niente a vedere col desiderio e l’attività sessuale, che può e deve restare ininterrotta. Per fortuna oggigiorno l’idea che la menopausa debba inibire o frenare l’attività sessuale non ha alcuna presa sulle giovani e più smaliziate generazioni, in questo campo certamente molto meglio informate degli anziani della vecchia guardia.

Ma torniamo a riflettere sul pericolo rappresentato dal turbinio di persone dell’altro sesso più attraenti del proprio partner e su come ci si possa proteggere dall’idea consumistica del “partner migliore" che molti credono di meritare per diritto naturale. Più d’uno si chiederà se gli autori di questo libro saranno magari così matti da consigliare di chiudersi nel proprio nucleo familiare ignorando i giardini più verdi degli altri, o almeno riducendo le relazioni pericolose col mondo esterno. A questa domanda, che pur nella sua apparente utopicità suona drammatica, si deve purtroppo rispondere che sì, specialmente ad un’età come quella della pensione, in cui non si è più sollecitati ad una frequentazione sociale e lavorativa, si dovrebbe avere il coraggio di fare tale scelta; tanto più che le trascorse esperienze di vita sociale dovrebbero avere aperto gli occhi sulla superficialità, ipocrisia ed egoismo dei rapporti sociali e dovrebbero avere indotto a rallentarli. Se nondimeno ci si sentisse incapaci di rinunciare alle tentazioni mondane, sarebbe saggio almeno tagliare più che si può il superfluo ed il falso delle influenze del mondo esterno; vivere saggiamente e felicemente la propria vita riscoprendo l’originaria ma mai del tutto scomparsa attrazione che aveva formato la coppia e la famiglia, dovrebbe essere un desiderio primario; dovrebbe prevalere la convinzione che solo la coppia di coniugi affiatati e sinceramente legati da reciproca fiducia e intimità consente la tranquillità e la sicurezza esistenziale di una vita pienamente e felicemente realizzata. Avendone la possibilità e la volontà, una volta pensionati si potrebbe scegliere di abitare in un luogo relativamente isolato dal mondo esterno, così da aiutare i protagonisti a vivere in una sorta di “fedeltà coatta”, ma assolutamente indolore se è una scelta della maturità e se è compensata dalla felicità di vivere votati positivamente l’uno all’altro.

Tale relativo isolamento si può realizzare in una casa di campagna, che è sempre il sogno di tutti; ma anche in un appartamento cittadino, se non ci si lascia andare alla tentazione di approfondire gli attraenti ma superficiali incontri con l’altro sesso fatti durante la giornata; allontanarsi dal pericolo non è difficile, se lo si fa appena nasce la tentazione, la quale spesso è determinata solo dalla curiosità, o da lusinghe e complimenti ricevuti, o dal narcisistico desiderio di rimettersi alla prova. Si dovrebbe sempre tenere a mente che una volta iniziata la nuova relazione sessuale, che al maschio maturo dà fittiziamente la sensazione di rinascere, è molto difficile tornare indietro; ma quando c’è la consapevolezza dei guasti che certamente si causeranno a tutti, compresi se stessi, anche il fascinoso turbinio di quelle attraenti figure può restare per sempre un innocuo turbinio di fantasmi, o servire addirittura a riattivare la fantasia erotica lasciando peraltro alla coppia la vera e concreta felicità, anche sessuale, da essi tanto a lungo curata. Questa “fedeltà coatta” ma indolore, che raccomandiamo di osservare, non è ispirata da uno strambo masochismo bigotto, ma dall’antica saggezza dei nostri avi, che anche quand’erano giovani, in una società prevalentemente contadina, una volta sposati non andavano in giro a caccia di tentazioni; un proverbio popolare, spesso sentito dalla saggia bocca delle nostre nonne, dava al marito addirittura il permesso di “annusare i profumi delle altre cucine”, purché poi “si mangiasse a casa”.

Una vita relativamente isolata non è una cosa impossibile, e talvolta può essere l’unico mezzo per evitare tentazioni destinate a portare solo disgrazie, disordine e sofferenze; chi la sceglie, magari dopo essere stato scottato da una sbandata sentimentale, non solo è un vero saggio, ma un uomo consapevole della fusione meravigliosa fra le sue due nature, biologica e spirituale, e del ruolo ch’esse hanno nella famiglia e nella continuazione della specie. Non è un caso, infatti, se la monogamia è inscritta nella nostra cultura e nei nostri geni più antichi e tenaci, avendo la funzione di mantenere compatto il luogo biologico delle cure parentali qual è la famiglia, cure che nella nostra specie, come si sa, durano a lungo, fino all’età più inoltrata di noi stessi e dei nostri stessi figli, ma certamente non così a lungo da non poter essere ancora rallegrate dal desiderio erotico-affettivo della coppia, desiderio che è il suo ancestrale cemento.

Sesso o amore?

In questo capitolo, dedicato anche ai giovani, dovremo dire delle cose che sembrano odorare di pulpito e d’incenso, ma a torto, perché in questo campo religione e laicità vanno stranamente d’accordo; fanno parte cioè della saggezza proveniente da tutti i popoli e da tutte le civiltà.

Cominciamo col dire – e ciò suonerà a molti orecchi come una stramberia molto poco laica – che oggi siamo sopraffatti e disgustati dall’uso dilagante dell’espressione “fare sesso” al posto di “fare all’amore”: la schizofrenia dei nostri tempi e la cosiddetta “rivoluzione sessuale” è riuscita a separare l’inseparabile, cioè la sessualità dall’amore. Si ritiene generalmente che questa frattura sia originata dalla ribellione a una presunta sessuofobia della Chiesa e alla sua pretesa di astinenza e castità al di fuori del matrimonio, ma è un grossolano errore credere che la scelta della castità abbia a che fare con la religione: la sacralità dell’unione sessuale ha radici antichissime ed è nata con l’uomo molto prima della nascita di qualunque chiesa. Infatti la regolamentazione della sessualità, suggellata da fedeltà e castità, è un’esigenza biologica ancestrale comune non solo all’Uomo in età preistorica, ma anche a moltissime specie del regno animale; per rendersi conto dell’ubiquità di tali regolamentazioni, è sufficiente osservare i rigidi comportamenti sessuali e i cerimoniali matrimoniali nelle tribù ancora oggi esistenti in quegli angoli del mondo in cui pur si vive ancora come all’età della pietra; è solo infatti da pochi millenni, che le religioni si sono appropriate della castità e del matrimonio come se fossero state loro ad inventarli e a dargli l’impronta del Sacro.

La distinzione fra sesso e amore ha generato e perpetuato un comportamento sessuale fine a se stesso favorendo una dilagante promiscuità e mettendo in pericolo l’esistenza della famiglia tradizionale, la cui fine fu teorizzata perfino da eminenti psicologi socialisti come Willhelm Reich, David Cooper, R.D. Laing, ecc. Ma non si creda che tale teorizzazione fosse fatta a cuor leggero; per dare un’idea anzi di quanto fosse problematica, forzata e dolorosa la ricerca di un utopistico equilibrio sessuale-affettivo nei collettivi socialisti che si andavano formando nei primi decenni del 1900, e di quanto ne fossero consapevoli i loro stessi teorici, è utile leggere queste parole di W. Reich tratte proprio da “La Rivoluzione Sessuale”: La gente non se la sentiva più di vivere in famiglia, ma neanche di vivere senza di essa. Non se la sentiva di vivere per sempre con lo stesso partner, ma neppure di vivere sola (...) Soltanto se si sa quanto dolore si provi al pensiero che il compagno amato abbracci un’altra persona, soltanto se se ne è avuta esperienza attivamente e passivamente, si può capire che questo non è un problema meccanicistico ed economico, ma strutturale (...) La gioventù sovietica ha pagato a caro prezzo questa lezione (cioè la sperimentazione di nuove modalità e costumi nell’unione sessuale – N.d.R.).

La cosiddetta “rivoluzione sessuale nostrana”, quella relativistica del “fate come vi pare”, tipica della nostra civiltà tecnocratica e televisiva, è dunque solo uno dei tanti inganni da aggiungere a tutti quelli di questa epoca spiritualmente opaca. Il sesso facile è una moda inquinante, e molti dei guai esistenziali che affliggono oggi uomini e donne dipendono dal fatto che fin dal primo approccio si lasciano andare senza alcun freno a quella libidine collettiva che viene suggerita massicciamente dai mass-media con le stesse modalità di tutti gli altri consumi; anziché farsi guidare dall’attrazione solo quando è suscitata dalla profonda conoscenza della personalità dell’altro, cioè dall’amore, ci si lascia comandare dalla momentanea attrazione. E’ naturale sentire attrazione, da giovani o da vecchi, per la bellezza fisica di una persona, ma ciò non è assolutamente garanzia di una buona unione coniugale, come sanno molti di quelli che hanno ceduto al cosiddetto “colpo di fulmine”. Questo infatti è un esempio molto esplicativo della superficialità di un approccio amoroso non abbastanza meditato, perché nasce e si sviluppa solo nella fantasia di chi lo sperimenta; esso fornisce solo una conoscenza molto parziale del partner, facendoci vedere soltanto ciò che l’altro vuole farci vedere, ma soprattutto ciò che noi vogliamo vedere di lui. Tutto il resto insomma ce lo inventiamo; ma questo purtroppo per molti è sufficiente ad aprire le porte al “sesso facile”.

Nel vero amore, che esiste fortunatamente anche oggi, una persona non del tutto bestiale non pensa che l’altro sia un oggetto sessuale da “consumare”, ma ha una sete inesauribile della sua conoscenza, gode nell’apprendere tutti i particolari della sua vita, gli interessi, le vedute esistenziali, i suoi sogni, poiché anche questo è un modo di fondersi con la sua persona e di possederla; l’innamorato ha certamente anche la voglia cocente di abbracciare e coccolare chi ama ed anche di condividere un’intimità sessuale, ma più di tutto guarda subito all’amato come a un possibile compagno o compagna di vita e non ad un oggetto da consumare. L’amore vero infatti si nutre dell’intera persona fisica e spirituale dell’amato, laddove l’interiorità gioca un ruolo primario. In tempi neanche tanto antichi piaceva molto l’espressione “anima gemella” e quando si credeva d’averla trovata si provava quasi un sacro timore di violarla o sciuparla; prima di fare all’amore si sentiva istintivamente ch’era bene lasciar passare un certo periodo per permettere la reciproca conoscenza e l’affiatamento; perfino quando, dopo un congruo periodo di conoscenza, si decideva di fare all’amore, si sentiva che era per suggellare la scelta santificando l’unione, piuttosto che soddisfare la propria libidine.

Il “sesso facile” di oggi invece non vuole vedere nient’altro del partner se non ciò che produce effimero piacere; è quasi una masturbazione a due, ognuno chiuso nella propria solitudine, quindi il rapporto non può che finire presto con un senso di nausea, di vergogna, di vuoto. Se poi per caso accade che il “fare sesso” sia molto piaciuto, è ancora peggio, perché si è catturati in un vortice totalizzante che non termina se non con la distruzione e la sofferenza di tutti, in una coazione a ripetere dove c’è solo il Sesso, Signore e Padrone della cecità della mente e dello spirito, che impedisce qualunque approfondimento della conoscenza. Il guaio è che una tale tempesta di sensi fa credere a quei poveri infelici d’aver trovato il partner per la vita, ma quando la fregola è passata e si accorgono che avevano trovato solo un pene e una vulva in calore, toccano amaramente con mano la triste realtà di non avere nulla in comune, nemmeno più l’attrazione sessuale, e sopravviene quanto meno la noia e la repulsione; quando infatti manca la creativa stimolazione reciproca, che può esser data solo da una unione spirituale e culturale, anche il “fare sesso” con la donna o l’uomo più belli del mondo perde presto d’interesse.

Allora, cosa fare? La risposta, a costo di apparire beghini, non può essere che quella che da millenni si è data la saggezza dei popoli: all’inizio d’un rapporto – e questo vale per giovani e meno giovani – ci si dovrebbe astenere dalle effusioni amorose troppo spinte seppure ciò costasse un piccolo sforzo di volontà; anche dai baci, eventualmente, se si sa di essere deboli, e ciò per il tempo necessario a conoscere meglio il proprio partner. Non si creda alla menzogna di chi dice che il sesso è un modo indispensabile per conoscersi: è solo un alibi per legittimare la libidine di chi lo afferma. Cosa c’è infatti, che il sesso permetta davvero di conoscere? Ciò che tutti conoscono benissimo e sanno fare per istinto anche meglio? Ogni persona adulta dovrebbe sapere che prima o poi, passata la fregola, il sesso non ha più la carica bruciante dei primi tempi; se invece ha trovato in entrambi un fertile terreno affettivo-culturale, darà avvio ad un più importante e costruttivo rapporto amoroso che si nutre anche di intese e di affetti; allora anche il sesso avrà il suo profondo significato esistenziale e prenderà il ritmo più tranquillo ma sicuro di una affettuosa vita di coppia. Quando c’è l’amore vero, cioè la stima, la fiducia, la confidenza, l’intesa, tutto funziona perfettamente, anche la sessualità, seppure a un livello meno congestionato. Perciò nel periodo iniziale è più importante dedicarsi ad approfondire la conoscenza dell’altro, prima di decidere se convenga “farlo Papa”; ma ciò si può scoprire lucidamente solo se si sta lontani dal sesso, la cui cortina di fumo tutto avvolge e nasconde. Di “fare sesso” non l’ha ordinato il dottore, e tutti quelli che all’inizio d’un rapporto se ne astengono godono di ottima salute. Non è un uggioso modo di pensare da baciapile, ma saggezza antica di tutti i popoli e di tutte le culture, perfino di quelle più primitive, che hanno da sempre protetto con riti e rigide regole matrimoniali la castità e la sacralità dell’amore. Altro che favole sulla cosiddetta liberazione sessuale e sul sesso facile!

Le nostre nonne dicevano sempre (ma purtroppo le mamme di oggi non osano più insegnarlo) che se dopo la prova di un fidanzamento casto due giovani non si piantavano, era un segno d’amore duraturo. E poi non è difficile per una giovane spiegare anche ad un partner impaziente le ragioni di una scelta temporanea di castità; se lui le capisce, è già un grosso punto a suo favore; se non le capisce, significa che è un imbecille omologato, oppure uno che in testa ci ha “solo quello”; un individuo in ogni caso da lasciar perdere. Gli uomini infatti, per giustificare le proprie pressanti richieste sessuali, usavano proclamare alle ragazze credulone e facili a commuoversi (ma forse ci credevano davvero anche loro) l’idea balzana che il maschio, diversamente dalla femmina, non può trattenere la propria libidine ed ha un naturale bisogno di sfogo; il bello è che questa storia ha convinto un bel po’ di donne giovani e meno giovani, alle quali non era stato mai detto che nessuno ha avuto disturbi a causa dell’astinenza sessuale.

Con ciò non abbiamo voluto dare indicazioni categoriche né ai giovani né agli anziani ancora arzilli, indicazioni che peraltro resterebbero inascoltate; siamo convinti anzi che nessuno oggi, pur con tutta la sua buona volontà, rinuncerebbe a verificare, prima di iniziare una convivenza, l’idoneità sessuale del partner, vista anche la smodata proliferazione, anche fra i giovani, dell’impotenza, dell’omosessualità e di molte perversioni; resta comunque sempre valida l’esortazione all’astinenza almeno durante il giusto periodo di tempo in cui si sta sviluppando la conoscenza reciproca. Forse stare castamente per un po’ insieme a una persona che ci piace costa fatica sia al giovane che all’anziano, ma non si muore; e dopo se ne godranno a lungo i frutti, forse anche per tutta la vita.

(...)

(Copyright © Literary. Testo originale)

Il Cavaliere spiegato ai posteri: Dieci motivi per 20 anni di «regno»

Cosa pensa la maggioranza degli italiani? «è uno di noi». E chi non lo pensa, lo teme

Il segreto della longevità politica del premier e la pancia del Paese

«Berlusconi, perché?». Racconta Beppe Severgnini che nel suo girovagare per il mondo infinite volte si è sentito rivolgere quella domanda da colleghi giornalisti, amici, scrittori di diverso orientamento politico, animati da curiosità più che da preconcetti. E così, cercando una risposta per loro, ha cominciato a elencare i fattori del successo del Cavaliere. Umanità, astuzia, camaleontica capacità di immedesimarsi negli interlocutori. Virtù (o vizi?) di Berlusconi, ma anche del Paese che ha deciso di farsi rappresentare da lui. Disse una volta Giorgio Gaber: «Non ho paura di Berlusconi in sé. Ho paura di Berlusconi in me». Quella frase fa da epigrafe a «La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri», il libro di Beppe Severgnini in vendita da oggi, del quale pubblichiamo l'introduzione

 

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Silvio Berlusconi (Afp)

Spiegare Silvio Berlusconi agli italiani è una perdita di tempo. Ciascuno di noi ha un'idea, raffinata in anni di indulgenza o idiosincrasia, e non la cambierà. Ogni italiano si ritiene depositario dell'interpretazione autentica: discuterla è inutile. Utile è invece provare a spiegare il personaggio ai posteri e, perché no?, agli stranieri. I primi non ci sono ancora, ma si chiederanno cos'è successo in Italia. I secondi non capiscono, e vorrebbero. Qualcosa del genere, infatti, potrebbe accadere anche a loro. Com'è possibile che Berlusconi - d'ora in poi, per brevità, B. - sia stato votato (1994), rivotato (2001), votato ancora (2008) e rischi di vincere anche le prossime elezioni? Qual è il segreto della sua longevità politica? Perché la maggioranza degli italiani lo ha appoggiato e/o sopportato per tanti anni? Non ne vede gli appetiti, i limiti e i metodi? Risposta: li vede eccome. Se B. ha dominato la vita pubblica italiana per quasi vent'anni, c'è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci.

1) Fattore umano
Cosa pensa la maggioranza degli italiani? «Ci somiglia, è uno di noi». E chi non lo pensa, lo teme. B. vuole bene ai figli, parla della mamma, capisce di calcio, sa fare i soldi, ama le case nuove, detesta le regole, racconta le barzellette, dice le parolacce, adora le donne, le feste e la buona compagnia. È un uomo dalla memoria lunga capace di amnesie tattiche. È arrivato lontano alternando autostrade e scorciatoie. È un anticonformista consapevole dell'importanza del conformismo. Loda la Chiesa al mattino, i valori della famiglia al pomeriggio e la sera si porta a casa le ragazze. L'uomo è spettacolare, e riesce a farsi perdonare molto. Tanti italiani non si curano dei conflitti d'interesse (chi non ne ha?), dei guai giudiziari (meglio gli imputati dei magistrati), delle battute inopportune (è così spontaneo!). Promesse mancate, mezze verità, confusione tra ruolo pubblico e faccende private? C'è chi s'arrabbia e chi fa finta di niente. I secondi, apparentemente, sono più dei primi.

2) Fattore divino
B. ha capito che molti italiani applaudono la Chiesa per sentirsi meno colpevoli quando non vanno in chiesa, ignorano regolarmente sette comandamenti su dieci. La coerenza tra dichiarazioni e comportamenti non è una qualità che pretendiamo dai nostri leader. L'indignazione privata davanti all'incoerenza pubblica è il movente del voto in molte democrazie. Non in Italia. B. ha capito con chi ha a che fare: una nazione che, per evitare delusioni, non si fa illusioni. In Vaticano - non nelle parrocchie - si accontentano di una legislazione favorevole, e non si preoccupano dei cattivi esempi. Movimenti di ispirazione religiosa come Comunione e Liberazione preferiscono concentrarsi sui fini - futuri, quindi mutevoli e opinabili - invece che sui metodi utilizzati da amici e alleati. Per B. quest'impostazione escatologica è musica. Significa spostare il discorso dai comportamenti alle intenzioni.

3) Fattore Robinson
Ogni italiano si sente solo contro il mondo. Be', se non proprio contro il mondo, contro i vicini di casa. La sopravvivenza - personale, familiare, sociale, economica - è motivo di orgoglio e prova d'ingegno. Molto è stato scritto sull'individualismo nazionale, le sue risorse, i suoi limiti e le sue conseguenze. B. è partito da qui: prima ha costruito la sua fortuna, accreditandosi come un uomo che s'è fatto da sé; poi ha costruito sulla sfiducia verso ciò che è condiviso, sull'insofferenza verso le regole, sulla soddisfazione intima nel trovare una soluzione privata a un problema pubblico. In Italia non si chiede - insieme e con forza - un nuovo sistema fiscale, più giusto e più equo. Si aggira quello esistente. Ognuno di noi si sente un Robinson Crusoe, naufrago in una penisola affollata.

4) Fattore Truman
Quanti quotidiani si vendono ogni giorno in Italia, se escludiamo quelli sportivi? Cinque milioni. Quanti italiani entrano regolarmente in libreria? Cinque milioni. Quanti sono i visitatori dei siti d'informazione? Cinque milioni. Quanti seguono Sky Tg24 e Tg La7? Cinque milioni. Quanti guardano i programmi televisivi d'approfondimento in seconda serata? Cinque milioni, di ogni opinione politica. Il sospetto è che siano sempre gli stessi. Chiamiamolo Five Million Club. È importante? Certo, ma non decide le elezioni. La televisione - tutta, non solo i notiziari - resta fondamentale per i personaggi che crea, per i messaggi che lancia, per le suggestioni che lascia, per le cose che dice e soprattutto per quelle che tace. E chi possiede la Tv privata e controlla la Tv pubblica, in Italia? Come nel Truman Show, il capolavoro di Peter Weir, qualcuno ci ha aiutato a pensare.

5) Fattore Hoover
La Hoover, fondata nel 1908 a New Berlin, oggi Canton, Ohio (Usa), è la marca d'aspirapolveri per antonomasia, al punto da essere diventata un nome comune: in inglese, «passare l'aspirapolvere» si dice to hoover. I suoi rappresentanti (door-to-door salesmen) erano leggendari: tenaci, esperti, abili psicologi, collocatori implacabili della propria merce. B. possiede una capacità di seduzione commerciale che ha ereditato dalle precedenti professioni - edilizia, pubblicità, televisione - e ha applicato alla politica. La consapevolezza che il messaggio dev'essere semplice, gradevole e rassicurante. La convinzione che la ripetitività paga. La certezza che l'aspetto esteriore, in un Paese ossessionato dall'estetica, resta fondamentale (tra una bella figura e un buon comportamento, in Italia non c'è partita).

6) Fattore Zelig
Immedesimarsi negli interlocutori: una qualità necessaria a ogni politico. La capacità di trasformarsi in loro è più rara. Il desiderio di essere gradito ha insegnato a B. tecniche degne di Zelig, camaleontico protagonista del film di Woody Allen. Padre di famiglia coi figli (e le due mogli, finché è durata). Donnaiolo con le donne. Giovane tra i giovani. Saggio con gli anziani. Nottambulo tra i nottambuli. Lavoratore tra gli operai. Imprenditore tra gli imprenditori. Tifoso tra i tifosi. Milanista tra i milanisti. Milanese con i milanesi. Lombardo tra i lombardi. Italiano tra i meridionali. Napoletano tra i napoletani (con musica). Andasse a una partita di basket, potrebbe uscirne più alto.

7) Fattore harem
L'ossessione femminile, ben nota in azienda e poi nel mondo politico romano, è diventata di pubblico dominio nel 2009, dopo l'apparizione al compleanno della diciottenne Noemi Letizia e le testimonianze sulle feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli. B. dapprima ha negato, poi ha abbozzato («Sono fedele? Frequentemente»), alla fine ha accettato la reputazione («Non sono un santo»). Le rivelazioni non l'hanno danneggiato: ha perso la moglie, ma non i voti. Molti italiani preferiscono l'autoindulgenza all'autodisciplina; e non negano che lui, in fondo, fa ciò che loro sognano. Non c'è solo l'aspetto erotico: la gioventù è contagiosa, lo sapevano anche nell'antica Grecia (dove veline e velini, però, ne approfittavano per imparare). Un collaboratore sessantenne, fedele della prima ora, descrive l'insofferenza di B. durante le lunghe riunioni: «È chiaro: teme che gli attacchiamo la vecchiaia».

8) Fattore Medici
La Signoria - insieme al Comune - è l'unica creazione politica originale degli italiani. Tutte le altre - dal feudalesimo alla monarchia, dal totalitarismo al federalismo fino alla democrazia parlamentare - sono importate (dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Germania, dalla Spagna o dagli Stati Uniti). In Italia mostrano sempre qualcosa di artificiale: dalla goffaggine del fascismo alla rassegnazione del Parlamento attuale. La Signoria risveglia, invece, automatismi antichi. L'atteggiamento di tanti italiani di oggi verso B. ricorda quello degli italiani di ieri verso il Signore: sappiamo che pensa alla sua gloria, alla sua famiglia e ai suoi interessi; speriamo pensi un po' anche a noi. «Dall'essere costretti a condurre vita tanto difficile», scriveva Giuseppe Prezzolini, «i Signori impararono a essere profondi osservatori degli uomini». Si dice che Cosimo de' Medici, fondatore della dinastia fiorentina, fosse circospetto e riuscisse a leggere il carattere di uno sconosciuto con uno sguardo. Anche B. è considerato un formidabile studioso degli uomini. Ai quali chiede di ammirarlo e non criticarlo; adularlo e non tradirlo; amarlo e non giudicarlo.

9) Fattore T.I.N.A.
T.I.N.A., There Is No Alternative. L'acronimo, coniato da Margaret Thatcher, spiega la condizione di molti elettori. L'alternativa di centrosinistra s'è rivelata poco appetitosa: coalizioni rissose, proposte vaghe, comportamenti ipocriti. L'ascendenza comunista del Partito democratico è indiscutibile, e B. non manca di farla presente. Il doppio, sospetto e simmetrico fallimento di Romano Prodi - eletto nel 1996 e 2006, silurato nel 1998 e 2008 - ha un suo garbo estetico, ma si è rivelato un'eredità pesante. Gli italiani sono realisti. Prima di scegliere ciò che ritengono giusto, prendono quello che sembra utile. Alcune iniziative di B. piacciono (o almeno dispiacciono meno dell'alternativa): abolizione dell'Ici sulla prima casa, contrasto all'immigrazione clandestina, lotta alla criminalità organizzata, riforma del codice della strada. Se queste iniziative si dimostrano un successo, molti media provvedono a ricordarlo. Se si rivelano un fallimento, c'è chi s'incarica di farlo dimenticare. Non solo: il centrodestra unito rassicura, almeno quanto il centrosinistra diviso irrita. Se l'unico modo per tenere insieme un'alleanza politica è possederla, B. ne ha presto calcolato il costo (economico, politico, nervoso). Senza conoscerlo, ha seguito il consiglio del presidente Lyndon B. Johnson il quale, parlando del direttore dell'Fbi J. Edgar Hoover, sbottò: «It's probably better to have him inside the tent pissing out, than outside the tent pissing in», probabilmente è meglio averlo dentro la tenda che piscia fuori, piuttosto di averlo fuori che piscia dentro. Così si spiega l'espulsione e il disprezzo verso Gianfranco Fini, cofondatore del Popolo della libertà. Nel 2010, dopo sedici anni, l'alleato ha osato uscire dalla tenda: e non è ben chiaro quali intenzioni abbia.

10) Fattore Palio
Conoscete il Palio di Siena? Vincerlo, per una contrada, è una gioia immensa. Ma esiste una gioia altrettanto grande: assistere alla sconfitta della contrada rivale. Funzionano così molte cose, in Italia: dalla geografia all'industria, dalla cultura all'amministrazione, dalle professioni allo sport (i tifosi della Lazio felici di perdere con l'Inter pur di evitare lo scudetto alla Roma). La politica non poteva fare eccezione: il tribalismo non è una tattica, è un istinto. Pur di tener fuori la sinistra, giudicata inaffidabile, molti italiani avrebbero votato il demonio. E B. sa essere diabolico. Ma il diavolo, diciamolo, ha un altro stile.

Beppe Severgnini
27 ottobre 2010